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lunedì 5 settembre 2016

LA FAVOLA DEI GABBIANI INNAMORATI.







FAVOLA DEI GABBIANI INNAMORATI


La gabbiana si chiamava Yinny e stazionava principalmente su un vecchio barcone ormeggiato lungo un grande fiume. Da lì spaziava l'orizzonte, le acque limacciose. Era solitaria e sognava sempre che prima o poi avrebbe incontrato il gabbiano della sua vita. Volava in alto nel cielo e s'immaginava di arrivare alla luna, alle stelle; poi giù in picchiata verso terra, voli radenti la portavano al cibo e ad osservare i fondali del fiume. Spesso arrivava al mare e allora i voli diventavano impegnativi ma meravigliosi. Volava verso il sole per carpire ogni raggio di calore e tanta energia. Un grande bisogno di amare la pervadeva e i sogni diventavano sempre più profondi e complessi.
Un giorno, mentre era intenta a farsi bella, improvvisi battiti d'ali preannunciavano un arrivo di qualcuno. Si sentì chiamare e a fianco a lei apparve un gabbiano imponente ma dolente e affaticato dopo un lungo viaggio.
"Ciao Yinny, sono Alin, è parecchio che ti cerco nelle vastità del mondo. Poi un richiamo, forse il tuo, mi ha fatto avvicinare al barcone e ti ho intravista! Ti avevo trovata!". Yinny frastornata e commossa lo abbracciò.....Spiccarono un gran volo compiendo meravigliose evoluzioni.
La loro vita iniziò a trascorrere felice. Yinny ringraziava il cielo per aver esaudito le sue richieste, Alin era contento per aver avuto la costanza di cercarla.
Passò del tempo; i giorni trascorrevano lenti. Decisero di andare ad abitare un'isola abbandonata che Alin aveva intravisto nei suoi pellegrinaggi.
Partirono per questo lunghissimo viaggio ma purtroppo a causa di una violenta tempesta Alin perse le tracce di Yinny e non la ritrovò più.
Disperato ritornò al barcone ma rimase solo.
Ripartì per andare alla ricerca di un luogo sperduto e finire così i suoi giorni. Lo trovò ma quando atterrò sulla spiaggia un colpo di fucile lo fece ruzzolare tra gli scogli. Ferito a morte implorò il nome del suo grande amore a lungo..le forze vennero meno....la sua vista s'annebbiò...Il corpo si girò verso il mare...un'ultima disperata occhiata e sparì fra le onde.
Ancora oggi le voci dicono che nelle giornate tiepide di sole, s'intravedono due gabbiani solitari che fanno l'amore e poi d'incanto spariscono.
IL GRIDO DI YINNY
Alin....Alin...
E' da parecchio che volo
disperata a cerchi
concentrici e il mio richiamo
si fa sempre più flebile.
L'isola è deserta. Non vi è
traccia di vita, se non un
resto di fuoco ormai ricoperto
di salsedine.
Sono spariti anche i miei amici
storni, migrati in lidi più
accoglienti.
Volo sola. Alin è stato ferito e
forse morto.
Il mio andare non è più elegante,
l'ansia mi ha preso le forze.
Il mantello di piume è macchiato di
fango causa le violente virate
a riva.
Alin...Alin...
Devo rassegnarmi a non più
vederlo?
Io e lui non esistiamo più?
Assolutamente no...non mi rassegno.
Lo troverò e staremo ancora
insieme.
Voleremo superbi, veloci ed
eleganti come solo noi sappiamo
fare.
Sapremo nell'energia che ci muove,
nel respiro delle nuove stelle, la
nostra essenza.
E metre il cuore si strazia a certi
pensieri, una violenta virata mi
ri porta in linea.
Il mio richiamo mesto e struggente
si propaga tra il fragore delle onde
dell'infinito mare....
E...
piango....
VOLO DI GABBIANI.
Siamo un tutt'uno in un volo
di gabbiani felici.
Voliamo nell'alto del cielo e
ci perdiamo nell'azzurrità
della speranza.
Piccola yinny...anche tu speri...
So che non credi a questa
esistenza fatta di ipocrisia.
Noi voliamo in un cielo dove
non dovrebbero esistere
avversità.
Voliamo lontano verso la
felicità.
Se tu piccola yinny voli nella
azzurrità del tuo cielo, perchè
io non scopro un bagliore di
luce nel cammino della mia vita?
Ma sono a fianco a te, arranco
ma resisto e nel mentre ammiro

martedì 28 giugno 2016

ATTENTI AI ....LUPI ! ANALISI SEMI-SERIA DEI VARI TIPI DI LUPI.











Nel bosco della vita pasturano molti lupi. Lupi di ogni fattezza. Eleganti, affabili, solitari, minacciosi, feroci, dolci e amorevoli.
I più pericolosi sono quelli dolci e amorevoli. Sono furbi, attrezzati psicologicamente a catturare nella loro rete chiunque attraversi la loro strada. Sono bravissimi a circuire, convincere. Parlantina fluida con poche parole studiate e colte.
Il segreto per scoprire il loro gioco risiede nella capacità soggettiva di osservare attentamente il loro viso.
L'occhio attento si deve concentrare sulle guance. Se vi è sincerità e trasparenza avranno piccoli tremori impercettibili all'altezza dei loro zigomi.
I loro occhi non tenderanno a roteare a destra e a sinistra. Rimarranno fissi fissi, gelidi su di noi tentando di magnetizzare la nostra attenzione e ci costringeranno ad abbassare lo sguardo oppure a guardare da un'altra parte.
Io stesso sono abituato a guardare in faccia le persone e vi assicuro che non è così facile come può sembrare.
Ma c'è un però. Chi sostiene lo sguardo per carattere, temperamento, convinzione e rispetto per l'interlocutore, lo fa in modo trasparente e lo si capisce.
Il Lupo dolce e bello emetterà lampi di luce sinistra, percettibili ad occhio allenato. Lo stesso ragionamento lo possiamo trasferire alle Lupe dolci e belle.
Con alcune sostanziali varianti.
Le Lupe dolci non sostengono lo sguardo. Sono nervose; tendono a far risaltare una certa dose di timidezza ed ingenuità! Se osservando una Lupa dolce constatate che regge lo sguardo, potete tranquillamente andare a pranzo o a cena e trascorrere una lieta serata con lei.
Quindi per concludere, prima di arrivare allo stadio del comprendere le persone, è assolutamente necessario aver fatto tirocinio alla scuola della Vita.
Nessuno ve lo insegnerà. Vi troverete varie bruciature e parecchie cicatrici!
Questa è la vita ...Bellezza!
Sopra lo stagno bianco
selvaggi uccelli
volano via.
A sera soffia
un gelido vento.
Sopra le tombe
si china
l'arcigna fronte
della notte.
Sempre cantano
le bianche mura
della città
sotto archi di spine.
Amica mia
arranca con me
verso la mezzanotte

giovedì 16 giugno 2016

DORMONO SULLA COLLINA:







In ricordo di Giambattista Fanales -medico 13 aprile 1970


Io ero detto il medico dei poveri. Nella Sicilia più misera curavo gratuitamente chi non aveva i soldi per pagarsi le medicine.
Come in quella canzone di De Andrè...
Da bambino volevo guarire i ciliegi
quando rossi di frutti li credevo feriti
la salute per me li aveva lasciati
coi fiori di neve che avevan perduti.
Un sogno, fu un sogno ma non durò poco
per questo giurai che avrei fatto il dottore
e non per un dio ma nemmeno per gioco:
perchè i ciliegi tornassero in fiore,
perchè i ciliegi tornassero in fiore.
E quando dottore lo fui finalmente
non volli tradire il bambino per l'uomo
e vennero in tanti e si chiamavano "gente"
ciliegi malati in ogni stagione.
E i colleghi d'accordo, i colleghi contenti
nel leggermi in cuore tanta voglia d'amare
mi spedirono il meglio dei loro clienti
con la diagnosi in faccia e per tutti era uguale:
ammalato di fame incapace a pagare...

giovedì 17 dicembre 2015

AMAVA VAGARE






Amava vagare per sentieri misteriosi del bosco. La immaginazione lo aiutava e rivedeva contadini, pastori, guerrieri che li percorrevano per raggiungere mète diverse. Sorgenti emettevano piccoli lamenti. Il loro zampillare era bloccato da stalattiti ghiacciate durante la notte. Ma la vita del bosco si stava risvegliando; stirava le membra come una fanciulla soddisfatta dei suoi sogni. Un profumo di rami bruciati invadeva l’aria. Foglie secche scricchiolavano al suo passaggio. Respirava a pieni polmoni, il viso s’increspava a causa del freddo. Gli sarebbe piaciuto costruirsi un nido tutto per sé. Un pensiero lo fece meditare e si fermò. Chissà se nascemmo per fare due passi sterili e precari, spinti da una strana forza nel gioco cieco della vita che non avrà domani? Oppure tutto avrà alla fine un senso? Nella interiorità le ore, i giorni, gli anni si disgregavano e i nostri viali non sorridevano più. Sperava che le sue pupille fuggissero insieme al pianto che si scioglieva tanta era l’emozione e la profondità di quelle riflessioni! Decise di sospendere i sogni fino al termine dell’ultima folata di brezza. Tornarono le visioni di profondi abissi, le ansie e soffrì. Fu un effetto indescrivibile. Il sudore si gelava sulla pelle e perse i sensi. Fu un attimo. Si rialzò faticosamente. Percorse alcuni metri barcollando….Poi la vide. La valle si estendeva in tutta la sua dolcezza. Tutto era richiamo. Greggi di pecore stavano uscendo dagli stalli. Iniziava la transumanza. Dalla stalla lentissime e con saggia andatura le vacche si recavano al pascolo, dopo aver donato il loro contributo di latte. Liberate dal giogo andavano alla ricerca di erba nuova. I contadini preparavano gli attrezzi. Il cane uscì dal caldo della stalla. Cominciò il suo usato lavoroa guardia del gregge.
Questo era lo spettacolo che si stava recitando nella valle. Tutti, uomini, animali e natura presi da una calma, dolce frenesia.
Si fermò a riflettere. . Come aveva resistito a vivere laggiù in città? Meglio il profumo di sterco che giunge dalla stalla. Vita cittadina contaminata, obsolescenza della mente, spirito atrofizzato come se la melma non gli permettesse di respirare. Freschi anni trascorsi a difendersi dai mali interiori senza riuscire a evolvere. Forze negative che lo invadevano con tentazioni pagane. Consumismi estremi che plagiavano; false storie d’amore che stordivano, ipocrisie travestite da buoni propositi che fuorviavano. Falsi doni per altrettante contropartite. Prostituzioni dell’anima per emergere in una guerra tra poveri, false amicizie che si rivelavano dèmoni. Ed ora questo miscuglio velenoso lo aveva reso vecchio e stanco. Ma intravide la valle con la sua luce. Con calma ne annusò i profumi. Si incamminò per raggiungere il gregge che intanto lo osservava soddisfatto.

VIVERE E PENSARE







Non possiamo vivere e pensare se non spezzoni di tempo che s'allontanano ognuno lungo una sua traiettoria e subito spariscono. La continuità del tempo possiamo ritrovarla solo nei romanzi d'epoca in cui il tempo non appare più come fermo e non ancora esploso. Un'epoca che è durata su per giù cent'anni e poi basta.
Queste erano le riflessioni che gli frullavano in testa in un umido e grigio pomeriggio di novembre, passeggiando nel centro della sua città.
Era parecchio  che mancava. Molte le novità che lo lasciavano ammirato o perplesso. 
E' interessante ed istruttivo ritornare in luoghi da dove manchi da molto tempo.
Mano a mano che passeggiava ritornavano alla mente particolari che risvegliavano ricordi e sensazioni. E gli sovvennero i motivi per cui si  era allontanato dalla città che amava. Amore, disillusione e abbandono. Un po' le solite cause. Ma quella volta era stanco, molto stanco.
Era fuggito per l'ennesima volta. La paura di tempeste in arrivo che lo avrebbero sconvolto. Quella maledetta ansia di non riuscire ad affrontare la realtà lo portava a nascondersi.
Dall'alto di quella fragile instabilità iniziò a percepire cupi boati. Faticava a socializzare. Il fatto stesso di passeggiare a contatto di persone sconosciute lo agitava e inebetiva.
Gli tornava alla mente chi gli aveva rubato il cuore e glielo aveva restituito insanguinato. Un rosso speciale che si era perso in un oscuro sentiero.
La dimensione del tempo si era frantumata.
Buio nell'anima, amore tormentato, rabbioso, furioso....folle. Quel giorno l'effimera luce che lo aveva invaso sparì come d'incanto. Vedeva la città deserta, freddi interiori, brividi di febbre l'invasero. Incredulità e desolazione, notti fredde. Guardava le stelle e si  diceva: Ma brillano ancora! Segno che la vita nonostante tutto sarebbe continuata.
Il teatro era vuoto.
Questa immagine sospesa lo accompagnava per molto tempo. Vedeva e non voleva vedere. Calanti nebbie su anneriti tetti completavano il quadro di quei momenti.
Un filo d'erba fu strappato ancor prima di crescere. Fiore appena sbocciato e già appassito. Al gabbiano tarparono le ali. Non potè più volare e morì.
Capì che la mèta era irraggiungibile e si fermò.
Questi erano i motivi per cui si era allontanato da quella città e piombando in un abisso ancora più profondo.
Ma i casi della vita lo indussero a ritornare. Quanto fu arduo resistere alle tentazioni! Il richiamo delle origini era forte. Il desiderio impellente ma resistette. Ritemprò la mente e il cuore. Rimase un dolce ricordo delle cose belle che per fortuna spesso e per quello spirito di conservazione che ci accompagna ci aiuta ad andare avanti.




martedì 8 dicembre 2015

SOLITUDINE DOLCE COMPAGNA








La solitudine era per lui quiete, raccoglimento, meditazione. Svaniti i dolori, le pene, gli sgradevoli pianti, le urla bestiali, fu invaso da una calma quasi solenne.
Tuttavia malinconico come lo può essere uno scialbo tramonto, si sedette sul colle. Non aveva più desideri. Era poeta non per ambizione, ma per necessità di spirito e quello stato evocava versi che prorompevano come cascata che nessuno avrebbe potuto bloccare.
Ogni tanto si sedeva, o passeggiava per sentieri, osservando l'ondulata piana che si estendeva fino a toccare la linea dell'orizzonte. 
Era giunto da lontani e sconosciuti luoghi. Aveva tanto camminato ed ora era immerso in quella calma matura di chi non è nessuno e nessuno lo vede.
La sua dimora era nei pressi di un campo spoglio, senza nome e abbandonato. Terra incolta mai seminata da anni.
Non si sa se quel luogo e quel tratturo esiste ancora. Tutto cambia come cambia il mondo. Si fermerà solo quando capirà che gli ultimi neuroni lo stanno abbandonando. E il campo sarà lì pronto ad accoglierlo con tutti i crismi, come un inquilino onorario.
Allora non volerà più, non sognerà più paesaggi delicati. Ma un sogno è rimasto impresso indelebile: la notte pescava nel lago del cuore, s'immergeva in quel liquido senza profumo. Pescava nel torbido e portava in superficie sofferenze e dolori.
Improvvisamente vedeva i suoi tre colori preferiti: verde, giallo e blu. Poi d'improvviso rosso e nero, come fossero peccati da espiare. O forme di nascente follia.
Quei colori esprimevano un stato d'animo, con l'unica consolazione che quella era la via obbligata per riscattarsi. 
Lui, grande amante del bello, pazzo e solare, non sarebbe più riuscito a sognare città alberate, paesi profumati di erba medica appena tagliata, dove la vita è ancora vita!
Ora incontrava solo boschi neri e corvi assatannati predatori di anime.
E' tutto scritto. 
Al risveglio capì di aver lasciato un pezzo di negatività là in fondo. 
Era più leggero! Avrebbe intrapreso un cammino lungo e tormentato ma con una fioca luce che s'intravvedeva in lontananza.

domenica 6 dicembre 2015

FRA MONTE E MARE






Aveva segni e macchie su tutto il corpo. Testimonianze di dolore resistenti nel tempo. Ferite che hanno sanguinato per troppo tempo, sensi di vuoto, vertigini provocate dalla debolezza fisica. In un futuro forse la terra le accoglierà per cancellare tutto.
La metamorfosi avanzava come un rullo compressore e l'abituale agevole sentiero si stava trasformando in un'impervia mulattiera di montagna.
Si accinse ad affrontarla. Doveva riuscire ad oltrepassare quella zona grigia dei momenti quotidiani per poi uscire all'aperto.
La mèta era sconfinare sulla vetta e respirare aria pulita.
Voleva purificare sangue e spirito; i suoi occhi dovevano tornare a risplendere; doveva ritrovare lo spunto per tornare ad amare; commuoversi davanti al tramonto. Con la certezza di essere solo...completamente solo!
La solitudine non era una condanna voluta, ma un dono inestimabile. E' una grande amica.
Lo accompagnava, lo cullava, lo consigliava, lo assisteva, lo profumava, lo amava con la sua costante presenza. Era il suo angelo.
Finalmente giunse in vetta e da là guardò ancora più in alto, al confine delle stelle. Non cercava più nulla, perchè ormai aveva tutto. Il suo bagaglio era la mente, il cuore, il cielo.
Curò le ferite con la visione di quella solitaria cima, alla ricerca di un bene vero.
Il sogno lo portò al mare. Passeggiava su un arenile deserto. La bassa marea lo spinse a scrutare fondali nascosti e misteriosi. Da un vicino scoglio udì un canto d'uccello innamorato e insonne.
S'immerse a nuoto con leggere e cadenzate bracciate; la corrente lo portò verso quel lembo di roccia.
Era solo con i riflessi lunari che trasformavano il suo corpo in un'ombra indistinta.
Paure e ansie erano scomparse. Una calma interiore occupava l'anima ed era in piena libertà di sensi. Ai fragili ed effimeri piaceri ed allettamenti sostituì quei magici momenti.
Con il volto ispirato e rivolto al cielo si godette lo stupendo spettacolo. Sulla sua immobilità la luna stese i suoi raggi leggeri e tiepidi.
Pace e armonia lo invasero Si sentì leggero e fra monte e mare ritrovò me stesso.



mercoledì 2 dicembre 2015

UNA FREDDA SERA





Faceva molto freddo quella sera. Immobile, appoggiato alla balconata, posava lo sguardo al parco buio e alla torretta barocca che s'intravedeva nelle sue scure linee e che tanti ricordi custodiva.
di filo spinato. La voce era fuggita. Forse si nascondeva nel pensiero che lo confondeva.
Intanto la sua anima si riposava sulla luna a bocca chiusa per paura che il sogno volasse via. Era come essere febbricitante, un tarlo che scava a fondo.
Cenere alla cenere senza polvere che brucia.
Vaneggiava nel buio un miraggio di ghiaccio. Non era stagione per occhi brillanti.
La notte era scesa a ricoprire tutto. Provava una sensazione di forte ansia. Iniziò a cercare di sondare l'inconscio alla ricerca di motivazioni non banali.
Ma era troppo faticoso pensare, rivangare, ricordare. Un grosso masso ostruiva quel cammino. Vagava alla ricerca di se stesso senza successo. Era riuscito ad agguantare un lembo della pelle di lei e lo custodiva come una reliquia. Ma la forte corrente degli accadimenti lo stava portando via.
Volse lo sguardo verso la strada deserta che scendeva al centro della città. Poi il vuoto.
La mente pagana prese il sopravvento; ancora una volta aveva vinto. Tentò di indietreggiare ma il sentiero era svanito.

sabato 10 ottobre 2015

CHI FA BRILLAR LE STELLE?




A volte, ammirando il cielo, mi pongo una domanda: Chi fa brillar le stelle?
Si potrebbe pensare a un dio, a una energia misteriosa. No. Siamo noi, le nostre anime che attiviamo quel meraviglioso fenomeno. Noi che inviamo forza nel cosmo.
Spesso brillano deboli, a volte più luminose. Capita che stenti a vederle, non per le nubi ma perchè qualcosa turba gli animi. Oppure si è tristi a tal punto che la vista è offuscata.
L'amore aiuta ad accrescerne il numero.
Vorrei radunarle in un concerto d'alta musica che duri tanto quanto è la loro energia.
Esse hanno vita, ridono, piangono e soffrono con e per noi. Fanno parte dell'immenso corpo umano di cui il cosmo è composto. Costituiscono le perle di un'immensa collana indossata per un'occasione speciale.
Sospirano, nascono, vagano a volte lente, a volte veloci seguendo in regale corteo la loro regina Luna.
E anche muoiono.
E vanno...da sempre vanno. Ispirazione di poeti e naviganti, sono le nostre compagne e ne condividono i destini.
E spesso, nelle mie divagazioni notturne mi rivolgo sommessamente a loro.
V'odo bisbigliare lassù, o stelle del cielo. Dite qualcosa! I miei versi sono il canto dell'anima, capriccioso, alla ventura. Rinasco con la natura più bruta, tra gli animali.
Odore di miele, di limoni, accoppiamento d'uccelli. Moto d'onde e profumo di boschi.
Canto il folle slancio dell'onde sulla terra. Investito dalla furiosa bufera vibro di passione. Accenno in sordina al preludio e anticipo la melodia.
Mistici deliri, follia amorosa, completo abbandono.
Vi amo stelle! E completamente mi possedete! Potessi essere un gabbiano in cielo, un pesce in mare.
E che mi perda pure....se così dev'essere.
La giovane luna risplende.
brilla il lume della lucciola.
Dolce errare nel boschetto di quercie.
Quando il mondo assopito, sogna.

Allora svegliati!
Non è mai tardi
amore per l'amore!.
E' il modo migliore
per allungare i giorni
e rubare ore alla notte.

venerdì 18 settembre 2015

CAMMINARE





Camminare è un’azione naturale e liberatoria, fa bene al corpo e all’anima. Crea uno spazio per il pensiero, camminando è facile fare delle riflessioni e quindi, anche se appare contraddittorio, si tratta di azione e interruzione allo stesso tempo, proprio per la sua caratteristica di durare in un tempo utilizzato solo per … andare, non per lavorare, né per fare altro. Siamo fatti per camminare, per andare avanti. Voltarsi indietro significa andare contro natura, i nostri occhi e le nostre gambe sono orientati nello stesso verso, in direzione di quello che ci aspetta subito dopo, passo dopo passo. Il passo di danza che nasce da una caduta è troppo poetico per me che sono una ex danzatrice e lo penso solo come un evento fisico probabile, lo devo riportare ad una dimensione riflessiva per capire che sì, effettivamente le cose migliori nascono dalle imperfezioni, a volte, molto spesso, dal dolore.

GENERI LETTERARI




“È straordinario l’appeal di cui il genere letterario poesia continua ancora a godere tra i giovani, malgrado i vari sbertucciamenti che prende da tutte le parti. Fino a Montale e a Luzi i senatori a vita venivano scelti anche tra i poeti. Oggi è ormai impensabile: dopo che Fernanda Pivano ha dichiarato che i veri poeti sono De André e Jovanotti, è evidente che i mass-media stanno seguendo quella linea. Negletta è quindi la poesia dei ragazzi che scrivono oggi per i Quaderni rispetto ai tempi miei, che già erano negletti rispetto ai tempi precedenti. Non c’è stata diminuzione qualitativa, ci tengo a ripeterlo: c’è stata invece una crescita della disattenzione, anche da parte della classe media, di quei notai e quei dentisti che fino a qualche generazione fa credevano di dover conoscere i nomi di almeno due, tre poeti viventi, e che oggi li ignorano bellamente a vantaggio dei cantautori. Pur essendo diventata la poesia sempre più un fenomeno autoreferenziale e di nicchia, è però straordinaria la pervicacia dei giovani nel continuare a praticarla, e a vedere nell’immagine di sé come poeta una forma di realizzazione o almeno di definizione.”
[…]
Recentemente in un incontro a Roma con Mazzoni, Cortellessa, Ostuni, Ottonieri e Giovenale, si discuteva amabilmente della sparizione dell’io in poesia. E c’erano diversi giovani che ascoltavano assai attenti, molto interessati al tema. A tale proposito mi trovai a dire che il problema non è quello di sottolineare liricamente o cancellare sperimentalmente l’io in poesia: il problema è invece quello del soggetto, che cosa tu vuoi dire in poesia, dove e come ti “detta dentro”. […] È il soggetto – quello che “mi detta dentro” – a far sì che si possa scrivere in modi tanto diversi. Personalmente non sono né un fautore della sparizione dell’io […], né un fautore della presenza dell’io […]. Che cosa è allora davvero importante? Non tanto l’esercitarsi a scrivere poesia con o senza l’io, ma decidere bene di che cosa vogliamo parlare, qual è il progetto che abbiamo in mente, che cosa – anceschianamente – vogliamo ottenere con un libro di poesia. Tutto il resto è ancillare, è orpello.
Stiamo tanto a parlare di un pronome, di qualche cosa che sta al posto di qualche altra cosa: ma non ce ne può importare di meno!
[…]
“Mi trovo a invidiare chi scrive poesia in lingua inglese e può pubblicare poesia sulla prima pagina di un giornale. Tony Harrison, per citare un amico, per anni è stato sulle prime pagine dei quotidiani inglesi scrivendo sui fatti del giorno, ma in poesia. È evidente che noi, con un percorso storico che viene da Bembo, e con la lingua che ci troviamo, non possiamo permettercelo.”
Pubblicato in critica letteraria

ESERCIZI DI AUTOESEGESI





esercizi di autoesegesi
La poesia “Alba a Fonte Avellana”, che ho postato qualche giorno fa, in realtà era nata in una forma un po’ diversa.
Questa:
Tutto
fosse così semplice
come è pulito l’orlo delle foglie
aggredite dal vento
come è spaziosa la luce
sul diapason dei tronchi.
Dov’è la fame?
Si è fermato il sangue
l’indaco ha invaso la roccia.
Dove era la voce ha gemmato
il silenzio.
Le differenze non sembrano sostanziali, ma in realtà rileggere le due versioni mi chiarisce molte cose che sto cercando di inseguire negli ultimi tempi.
Innanzi tutto, la poesia è nata da una sensazione acustica: svegliarmi una mattina presto, nel bellissimo luogo citato dal titolo, e sentire il vento tra le fronde degli alberi. Quel che mi ha colpito, in particolare, è stato il suono in sé, così diverso da quello a cui sono abituato.
In città, il vento è sempre incanalato tra due pareti verticali, più o meno alte. La compressione gli conferisce una tonalità acuta, petulante, a volte quasi isterica. Qui, invece, si trattava di un’enorme massa d’aria, che scendeva dritta dai fianchi del monte Catria e andava ad investire un vasto fronte di boschi, mettendolo in risonanza come uno smisurato diapason. Il risultato era potente, maestoso, simile a un colossale bordone d’organo che si estendeva dal grave all’acuto, senza soluzione di continuità.
Allo stesso tempo, mi colpiva la nudità monastica del luogo, il silenzio su cui quel suono si installava. Tutte sensazioni nuove, o perlomeno dimenticate da lungo tempo. Sono partito da questa associazione di idee e la poesia è venuta fuori come la vedete nell’originale, in versi liberi.
Però, c’era qualcosa che non andava.
Innanzi tutto, il primo e l’ultimo verso, con quegli enjambement così ostentati, quasi civettuoli, quelle parole isolate nel verso. No, proprio non ci siamo.
Poi, a ben guardare i versi sono liberi fino a un certo punto. “Com’è pulito l’orlo delle foglie” è un endecasillabo perfettamente canonico; “aggredite dal vento” e “sul diapason dei tronchi” sono settenari; “dove era la voce ha gemmato” è un novenario, per di più con due evidenti ricordi pascoliani (“Dov’era la luna? Ché il cielo / notava in un’alba di perla”, da L’assiuolo, e “Gemmea l’aria, il sole così chiaro”, da Novembre). Per non parlare di “Dov’è la fame? / Si è fermato il sangue”, che è un altro endecasillabo, sebbene spezzato in due emistichi.
Insomma, c’era una tensione non risolta tra verso libero e forme regolari.
Allora ho riorganizzato la poesia. Ho tolto i due enjambement, all’inizio e alla fine, e ho riarrangiato i versi in due quartine precedute da un verso introduttivo. Oltretutto, ora entrambe le strofe presentano una simmetria interna: la prima con l’anafora del “come”, la seconda con i tre versi dalla sintassi parallela (“si è fermato”, “ha invaso”, “ha gemmato”), del tutto conclusi in sé stessi. Ho anche eliminato la ripetizione del “dove”, lasciando solo il primo dei due.
Ora il tutto mi sembra più solido, più strutturato. Più classico, in un certo senso. E anche più rispondente al tema, che è un’esperienza di quiete, bellezza, oserei dire di misticismo.
Ordine, regolarità, struttura, sono idee che ritornano in vario modo nelle cose che ho scritto ultimamente. Il misticismo in effetti no, ma chissà.
(Poi, quale delle due versioni sia la più riuscita, lo lascio al giudizio del lettore).
Pubblicato in critica letteraria, poesie mie