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giovedì 23 luglio 2015

NOTTE FONDA TRA I FILARI DI VITE.






Non chiedermi di più, se ho colto della vita l'altro aspetto; quello che ancora tendi a trascurare e io vorrei gridare. E vorrei che il mio grido perforasse l'opaca, spessa, ruvida corazza di silenzio con la quale tengo a bada il non senso di una esistenza inutile, affogandomi nell'indiavolato baccano di parole, nell'alternarsi di lucciole e lanterne al solo scopo di occultare il deserto in cui mi muovo dal mio presente muto a un passato che ha inaridito amori, creatività estinte ai primi albori, ricordi che non sanno più accordarsi a questa solitudine sventrata, dove solo l'identico nell'immobilità senza espressione coglie la vera faccia della verità, l'insignificanza dell'esistenza umana.
Non è disperazione, l'anima non è più solcata dalle vane incrostazioni della speranza e le vuote parole. Le parole di tutti, le parole che insistono, promettono, le parole che vogliono guarirmi a tutti i costi languono. 
Insensato rumore uguale a quello che accumuli ogni giorno per imbavagliare una verità che il mio silenzio ti urla con tutte le sue forze ogni minuto.
Non ti resta che muoverti qui attorno, ma non portarti nulla. Nè il volto che smentisce la parola, nè il silenzio che smaschera finzione e inconsistenza.
Ti sembro rigido, pietrificato ma sulla schiena della verità su tutto il suo dolore non esiste il doppio gioco di discorsi fatui che disinvolti danzano sopra l'insensatezza della vita, per indicare un senso, un'oasi laggiù sopra i confini del deserto.  Io so che quel confine, come l'orizzonte giace sempre al di là di ciò che appare. Non c'è felicità nella sequenza dei giorni. Il sole muore per risorgere nel cerchio perfetto che il ritorno disegna, naufragando il progetto levato per un giorno a reperire un senso nella vita.
L'invisibile armonia del cerchio che ripete se stesso mortifica ogni chiassosa irruzione, ogni ancestrale istinto e smaschera la progettualità fine a se stessa, addotta a seppellire disperazione, stolto desiderio che la fine si traduca in un fine.
Non chiedo nulla più che aria da respirare per diffondere dal dorso scosceso del cammino il silenzio assoluto, la purissima e semplice depressa verità che seppellisci ogni giorno nei tuoi percorsi umani con la mano sinistra pilotata ma che ora percepisci finalmente tra gli spazi dimenticati aperti dagli antidepressivi, sentinelle alle porte di un silenzio aperto sulla fuga dal mio sguardo di pietra, dal mio atto d'accusa alla morte che avrai imposto al tuo cuore.


Gianni Tessitore di Vento.