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lunedì 28 dicembre 2015

HIROSHIMA 6 agosto 1945 “Città di cadaveri” di Yoko Ota.






“I giorni si susseguivano, immersi nella confusione e nell’incubo. Anche in un nitido giorno d’autunno senza nubi, sprofondavamo im una cupa penombra di tristezza e di silente caos. Non c’era scampo. Ogni giorno, attorno a me, persone come me morivano…Non sapevo quando sarebbe arrivata la mia ora. Ogni giorno mi tiravo i capelli più e più volte e li contavo per vedere quanti ne erano venuti via. Osservavo continuamente la pelle delle mie mani e dei miei piedi per vedere se cominciavano ad apparire le temute macchie…La mia mente era perfettamente lucida. Sapevo che per quanto orribili fossero le piaghe, non avrei sentito né dolore né bruciore. La bizzarria della malattia atomica, il suo aspetto lunare, erano un ulteriore inferno per le vittime. Dentro di me, come due grandi serpenti, si contorcevano il terrore di essere destinata a una morte che non capivo e l’irrefrenabile odio per la guerra. Per quanto abbattuta fossi durante la giornata, i due serpenti continuavano a contorcersi e a urlare dentro di me”.
Questa non è semplicemente una vivida descrizione letteraria, bensì, è la testimonianza di una persona che ha vissuto la tormentosa esperienza di trovarsi sospesa e impotente fra la vita e la morte senza poter fare niente, di una persona a cui è stata tolta la libertà di vivere, la libertà di agire.