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lunedì 28 dicembre 2015

Da "Memorie di una ragazza perbene" di Simone De Beauvoir






Io, almeno, ero emersa dalle tenebre; ma le cose intorno a me vi restavano affondate. Mi piacevano le storie che attribuivano alla grossa aguglia idee a forma di aguglia, alla credenza pensieri di legno; ma erano fiabe; gli oggetti dal cuore opaco pesavano sulla terra senza saperlo, senza poter mormorare; "sono qui". Ho raccontato altrove come a Meyrignac contemplassi sstupita una vecchia giacchetta abbandonata sulla spalliera di una sedia. Provai a dire al suo posto: "sono una vecchia giacchetta abbandonata". Non mi riuscì, e fui presa dal panico. Nei secoli trascorsi, nel silenzio degli esseri inanimati, presentivo la mia propria assenza; presentivo la verità, illusoriamente scongiurata, della mia morte.
Il mio sguardo creava luce; specie durante le vacanze mi ubriacavo di scoperte, ma a volte mi sentivo ròsa da un dubbio; lungi dal rivelarmi il mondo, la mia presenza lo deformava. Certo, non credevo che mentre dormivo i fiori del salotto se ne andassero al ballo o che nella vetrina, i ninnoli intrecciassero idilli. Ma a volte mi veniva il sospetto che la campagna familiare imitasse certe foreste incantate, che si camuffano quando un intruso le viola; sotto i suoi passi nascono miraggi, egli si smarrisce, boschi e radure gli nascondono i loro segreto. Nascosta dietro un albero, tentavo invano di sorprendere la solitudine del sottobosco.